{"id":19513,"date":"2025-03-20T13:00:08","date_gmt":"2025-03-20T12:00:08","guid":{"rendered":"https:\/\/shopinthecity.it\/torino\/?p=19513"},"modified":"2025-03-20T13:00:11","modified_gmt":"2025-03-20T12:00:11","slug":"erbari-dautore-al-castello-di-miradolo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/shopinthecity.it\/torino\/erbari-dautore-al-castello-di-miradolo\/","title":{"rendered":"Erbari d\u2019autore al Castello di Miradolo"},"content":{"rendered":"\n<p><br>Il termine \u201cerbario\u201d porta con s\u00e9 alcuni concetti come collezione, classificazione, catalogazione, studio, memoria: questa dimensione metodologica e formale non ha soltanto caratterizzato la produzione di&nbsp;<strong>erbari storici<\/strong>&nbsp;che coniugavano la conoscenza del reale a una innegabile qualit\u00e0 estetica, ma ha anche suggerito ad&nbsp;<strong>artisti moderni e contemporanei&nbsp;<\/strong>differenti possibilit\u00e0 di esplorazione di linguaggi e di relazione con la natura e i suoi elementi.<\/p>\n\n\n\n<p>La mostra&nbsp;<em>Di erbe e di fiori. Erbari d\u2019autore. Da Besler a Penone, da De Pisis a Cage,&nbsp;<\/em>in programma al Castello di Miradolo di San Secondo di Pinerolo (TO) dal 22 marzo al 22 giugno 2025, intende costruire un dialogo tra alcune pagine di erbari storici con la visione di alcuni artisti che attorno alla riflessione sulla materia e sugli elementi della natura hanno costruito opere che sono specchio del proprio tempo e del presente. Gli erbari storici di Carlo Allioni, Basilius Besler, Carlo Lupo, Pierre Edouard Rostan, Camillo Sbarbaro, Ada e Alfonso Sella diventano un controcanto alle opere di Vincenzo Agnetti, Bj\u00f6rn Braun, Chiara Camoni, Adelaide Cioni, Betty Danon, Filippo De Pisis, Piero Gilardi, Giorgio Griffa, Wolfgang Laib, Ugo La Pietra, Christiane L\u00f6hr, Mario Merz, Helen Mirra, Richard Nonas, Giulio Paolini, Giuseppe Penone, Robin Rhode, Thomas Sch\u00fctte, Alessandra Spranzi e Michele Zaza. Al di fuori delle sale,<strong>&nbsp;il Parco del Castello di Miradolo,&nbsp;<\/strong>con le sue essenze, le sue specie, le sue architetture vegetali,&nbsp;<strong>a dialogare con l\u2019esposizione - curata dalla Fondazione Cosso e da Roberto Galimberti, con la consulenza iconografica di Enrica Melossi -&nbsp;<\/strong>e a mostrare un tempo, anch\u2019esso sospeso tra storia e futuro. &nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Le opere presenti in mostra intendono indagare temi come la necessit\u00e0 dell'uomo di classificare e misurare il mondo che lo circonda non soltanto per conoscerlo ma anche per svelarne il mistero o per esorcizzare le proprie paure, la pazienza e la cura di gesti che, nella apparente ripetizione, si scoprono differenti e ancestrali insieme, la fragilit\u00e0 di una materia, che nel suo mostrarsi effimera, sembra sfidare il tempo.<\/p>\n\n\n\n<p>Il percorso espositivo si apre con&nbsp;<strong>l\u2019opera di Helen Mirra<\/strong>: la tela sembra nascondere e svelare insieme l\u2019antefatto di una narrazione, anticipando, nella trama, i segni che, come reperti, sono registrazione e memoria. La composizione di un erbario presuppone la pratica del camminare: nella poetica di Helen Mirra, percorrere lo spazio diviene esercizio di conoscenza, di etica, di cura.&nbsp;<strong>Le&nbsp;<em>Trentatr\u00e9 erbe<\/em>&nbsp;di Giuseppe Penone<\/strong>&nbsp;<strong>sono un\u2019azione di frottage<\/strong>: i calchi delle erbe, con l\u2019azione della mano dell\u2019artista, raccontano una profonda riflessione sul rapporto uomo-natura, dove l\u2019impressione delle erbe dialoga con la parola che muta e si trasforma sulla struttura vegetale. Nelle&nbsp;<strong>14 tavole del ciclo&nbsp;<em>Da un erbario raccolto nel 1979 in Woga-Woga<\/em>,&nbsp;<em>Australia<\/em>&nbsp;di Mario Merz,&nbsp;<\/strong>la numerazione della sequenza di Fibonacci sembra decifrare le proporzioni delle foglie, fissate sulla pagina con adesivi visibili. Le due raccolte, in dialogo tra loro, tracciano prospettive differenti e complementari sul tema dell\u2019erbario: la parola abbandona il suo essere nome o luogo per farsi poesia, evocazione senza definizione, segno e suono; il numero, al contrario del suo immaginario legato all\u2019ordine e alla struttura, non determina poich\u00e9 procede all\u2019infinito, verso un ignoto inafferrabile e indefinito.&nbsp;<strong>Ugo La Pietra \u201camante e raccoglitore di \u201cessenze\u201d da erbario\u201d<\/strong>&nbsp;descrive cos\u00ec i suoi&nbsp;<strong><em>Libri aperti<\/em><\/strong>: \u201cHo cercato di lasciare pi\u00f9 profonde tracce, incidendo libri di ceramica ingobbiata. Tracce e non reperti: impossibili da raccogliere perch\u00e9 inventate, destinate a essere conservate nel tempo. La materia si svela e il contenuto \u00e8 colto da chi lo legge\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il lavoro di Richard Nonas conserva una tensione costante con la sua formazione di antropologo:<\/strong>&nbsp;\u201cL\u2019antropologia mi ha fatto il dono del dubbio permanente. Ma la scultura mi ha obbligato a usarlo\u201d. In&nbsp;<strong><em>Grey Garden<\/em><\/strong>, le forme di metallo e pietra, nello spazio della sala, sembrano riscrivere i cammini e le traiettorie di un giardino simbolico che non cambia per la natura dei suoi elementi, ma nella relazione con esso, nelle sue percorrenze, nelle sue rotte, nei suoi sentieri immaginari giocati sulla differenza.&nbsp;<strong>La passione per gli erbari, che lo far\u00e0 diventare lichenologo di fama internazionale, del poeta Camillo Sbarbaro nasce da bambino<\/strong>, nelle passeggiate in Liguria col padre. Sbarbaro ha raccolto 2.574 esemplari oggi conservati al Museo di Storia Naturale di Genova. \u201cSui licheni scrissi fin troppo \u2013 disse a Montale \u2013 nessuna conoscenza specifica, solo curiosit\u00e0, piacere visivo, simpatia: la stessa che mi fa avvicinare a tutto quello che non \u00e8 vistoso, per gli altri senza importanza, misero. I licheni sembrano lo specchio di una frammentariet\u00e0 poetica antitetica ed esistenziale, di una marginalit\u00e0 consapevole\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Un grande tavolo antico, unico arredo rimasto nel Castello di Miradolo dopo l\u2019abbandono, ospita&nbsp;<strong>l\u2019<em>Erbario<\/em>&nbsp;di Chiara Camoni<\/strong>: 14 fogli di porcellana smaltata con minerali e cenere vegetale accolgono altrettante erbe che, dopo la cottura e l\u2019incenerimento a 1.300 gradi insieme a polveri che mineralizzano e vetrificano, somigliano o disattendono la propria immagine originaria.&nbsp;<strong>Le pagine dei&nbsp;<em>Foliage<\/em>&nbsp;di Alessandra Spranzi svelano per trasparenza<\/strong>, grazie all\u2019olio che imbeve la carta, le immagini del retro: la dimensione visiva si contamina, ci\u00f2 che \u00e8 pensato per essere visto da solo diviene contemporaneo di ci\u00f2 che \u00e8 passato o che attende nel futuro.&nbsp;<strong>L\u2019opera&nbsp;<em>Venti frammenti<\/em>&nbsp;di Giorgio Griffa<\/strong>, del 1980, viene proposta dall\u2019artista in questa veste, appositamente per una Sala del Castello nel 2021: la testimonianza di un incontro, di una storia condivisa che \u00e8 proseguita nel tempo.&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Seguendo il percorso espositivo nella Manica Storica, si passa all\u2019<strong><em>Hortus Heystettensis,&nbsp;<\/em>il farmacista tedesco Basilius Besler raffigura, a grandezza naturale, le 1.084 piante del giardino del vescovo Johann Konrad von Gemmingen<\/strong>, suo committente nella Norimberga di inizio \u2018600. Le piante ed erbe sono impresse su 367 tavole di rame e acquerellate a mano su carta vergellata, una per ogni giorno dell\u2019anno e divise nelle quattro stagioni. Si tratta di un erbario figurato considerato un capolavoro dell\u2019illustrazione botanica in cui, oltre agli aspetti di natura propriamente scientifica, il chiaroscuro e la disposizione elegante delle piante sembrano inseguire, nella dimensione estetica, il sogno impossibile di un giardino eternamente vivo ed in fiore. In dialogo con l\u2019<em>Hortus Eystettensis<\/em>&nbsp;di Besler e con i decori floreali e geometrici della volta della sala, affiorati dopo il restauro,&nbsp;<strong>l\u2019opera di Christiane L\u00f6hr sembra anch\u2019essa interrogare la transitoriet\u00e0 del tempo.<\/strong>&nbsp;I materiali naturali delle sue sculture leggere e impalpabili abbandonano i contesti che li hanno generati per racchiudere spazi d\u2019altrove. Il gesto trascende la manualit\u00e0 quotidiana per cercare proporzioni nuove e sospese, in una metafisica dell\u2019invisibile.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il giovane Filippo De Pisis, dal 1907, raccoglie pi\u00f9 di mille erbe, classificate in una collezione donata all\u2019Orto Botanico di Padova tra il 1916 e il 1917.<\/strong>&nbsp;Oltre l\u2019intento botanico, nelle composizioni affiorano alcuni aspetti che caratterizzeranno la pittura cui De Pisis si dedicher\u00e0 soltanto diversi anni pi\u00f9 tardi. Nelle opere esposte, le tracce del vero sembrano sconfinare le forme. De Pisis non fissa l\u2019immagine dei fiori, sono i fiori stessi che, seppur recisi e in vaso, sembrano sbocciare nel colore stesso.&nbsp;<strong>Dopo gli studi in medicina, Wolfgang Laib si dedica alla pratica artistica.<\/strong>&nbsp;Le sue sculture e installazioni si compongono di materiali naturali, reinterpretati in forme, strutture e costruzioni ispirate alle filosofie orientali, alla sensibilit\u00e0 buddista, all\u2019esoterismo, al misticismo e all\u2019ecologia. Elementi come il latte, la cera d\u2019api o il polline, spesso legati al nutrimento e al sostentamento, appaiono come simboli della vita in potenza e conferiscono alle sue opere una dimensione sospesa tra passato e presente, tra transitoriet\u00e0 ed eternit\u00e0.&nbsp;<strong>Laib raccoglie il polline dal 1977<\/strong>, dall\u2019inizio della primavera all\u2019inizio dell\u2019estate: per mesi scuote il polline dagli alberi poi, accovacciato, lo deposita e lo sparge, in una pratica ripetitiva che, come un mantra, ricerca l\u2019equilibrio e l\u2019armonia che regolano il mondo e l\u2019opera dell\u2019uomo, custode dell\u2019universo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Artista concettuale e poetessa visiva, Betty Danon ha costruito la sua ricerca artistica sul segno e sul suono.<\/strong>&nbsp;Uscita volontariamente dai circuiti convenzionali dell\u2019arte nel 1979, nei&nbsp;<strong><em>Green Sounds<\/em>&nbsp;<\/strong>delicate composizioni di piccole piante e fiori riposano sul pentagramma e, in analogia con il suono, sembrano attendere la loro fioritura che, nel linguaggio musicale, \u00e8 l\u2019inserimento in una melodia di una o pi\u00f9 note la cui funzione spesso si compie soltanto nell\u2019esecuzione. Nel 1977&nbsp;<strong>Michele Zaza realizza un ciclo di opere intitolate<\/strong>&nbsp;<strong><em>Coltivazione<\/em><\/strong>: una di queste, mostra la figura del padre (dell\u2019artista) che osserva una sottile linea di terra sul pavimento da cui germogliano fiori di fil di ferro e ovatta. La fotografia per l\u2019artista \u00e8 strumento narrativo: il cotone, il pane, la carta, la terra, la casa, la madre e il padre diventano archetipi di narrazioni intime in cui lo spazio, da terreno, diviene celeste.<\/p>\n\n\n\n<p>Il percorso si sposta poi nella Manica Nuova, con<strong>&nbsp;il lavoro di Adelaide Cioni, in cui lo sguardo sulla natura si rivolge al metodo<\/strong>, alla ripetizione come vibrazione, come traccia, come variazione.&nbsp;<strong><em>Kew. A Conversation in Green<\/em>,&nbsp;<\/strong>sia nella sua forma di film in super8 e sia negli acrilici su carta, diviene declinazione, un piegarsi o chinarsi continuo, dello sguardo o della mano, nella differenza e nell\u2019unicit\u00e0 delle cose. l\u2019<strong><em>Erbario&nbsp;<\/em>di Pierre Edouard Rostan<\/strong>,&nbsp;<strong>medico e appassionato botanico delle valli valdesi, racconta una natura in movimento<\/strong>, di piante che emigrano, si spostano o spariscono. Oltre duemila fogli raccolgono i suoi studi botanici e sembrano coniugare, in uno spirito che va al di l\u00e0 della distinzione tra le discipline presente nella cultura del tempo, la scienza come strumento di conservazione della memoria e il sentimento della comunit\u00e0 come permanenza della sua storia nel tempo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Carlo Lupo<\/strong>&nbsp;fu pastore valdese e poeta, teologo cristiano e conoscitore del buddismo, soldato in trincea durante la Grande Guerra, sostenitore della Resistenza e pacifista.&nbsp;<strong>Della sua corrispondenza con la fidanzata Lily Malan, sono rimasti solo i fiori raccolti in tempo di guerra e acclusi alle sue lettere, un involontario&nbsp;<em>Erbario sentimentale&nbsp;<\/em><\/strong>custodito in piccole buste, racconto e memoria di un tempo sospeso tra amore e morte, scampato all\u2019oblio. La ricerca artistica di&nbsp;<strong>Thomas Sch\u00fctte<\/strong>&nbsp;spazia dall\u2019architettura alla decorazione, dall\u2019installazione al disegno e alla scultura.<strong>&nbsp;<\/strong>Figure e ritratti in vetro, in bronzo, in alluminio, in ceramica, sembrano svelare le possibilit\u00e0 narrative nella materia da cui prendono forma.<strong>&nbsp;Una inedita leggerezza si legge nell\u2019opera&nbsp;<em>Senza titolo<\/em><\/strong>: la luce, la linea, il colore e i volumi si fanno, sulla carta strappata di un quaderno d\u2019appunti, strumenti di un racconto intimo e umano, di una piccola storia delicata e struggente.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Trent\u2019anni di ricerche botaniche,&nbsp;<\/strong>dal 1954 al 1984,<strong>&nbsp;sono racchiuse nei 2.539 fogli che compongono<\/strong>&nbsp;<strong>l\u2019<em>Erbario<\/em>&nbsp;di Ada e Alfonso Sella<\/strong>. Alfonso Sella, appassionato naturalista e botanico, insieme alla moglie Ada, ha raccolto, essiccato e preparato esemplari d\u2019erbario per tutta la vita. La pronuncia del titolo dell\u2019opera di&nbsp;<strong>Giulio Paolini<\/strong>&nbsp;<em>Palais des Th\u00e9s<\/em>&nbsp;\u00e8 la stessa di&nbsp;<em>Palais d\u2019\u00c9t\u00e9<\/em>: l\u2019omofonia sembra sottolineare&nbsp;<strong>l\u2019ambiguit\u00e0 delle prospettive, tra natura e architettura, tra Oriente e Occidente<\/strong>. Anche le foglie, che caratterizzano la decorazione verticale al centro, sembrano giocare sulle possibilit\u00e0 dei piani: le linee conservano una dimensione progettuale e astratta mentre le pieghe dividono la pagina nella sua struttura materiale. Per&nbsp;<strong>Piero Gilardi<\/strong>, l\u2019arte, che nel suo lavoro si coniuga con una riflessione sul rapporto tra Uomo e Natura, \u00e8 sempre stata strumento di consapevolezza del quotidiano, metodologia di militanza e partecipazione.&nbsp;<strong>Il&nbsp;<em>Tappeto Natura<\/em>, accompagnato da alcuni disegni preparatori dialoga nella sala con una lettera del 1966<\/strong>: una scrittura lucida e poetica traccia orizzonti nuovi e inattesi per l\u2019artificio e per la materia che, artificiale come i suoi tappeti, sembra scoprire la possibilit\u00e0 di plasmarsi sul ritorno, organico e inevitabile, dell\u2019assenza della fine.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Carlo Ludovico Allioni<\/strong>&nbsp;\u00e8 considerato uno dei massimi esperti di scienza botanica e medica del XVIII secolo. Nato a Torino,&nbsp;<strong>instaur\u00f2 con Linneo un serrato rapporto di confronto scientifico<\/strong>&nbsp;e attu\u00f2 per primo una sistematica rinominazione della flora piemontese in senso moderno. I risultati della sua pi\u00f9 che ventennale ricerca furono pubblicati nel trattato&nbsp;<em>Florae pedemontanae Icones<\/em>&nbsp;del 1789: le tavole, incisioni in rame di Pietro Peyrolery tratte dai disegni dal vero del padre Francesco si contraddistinguono per una mise en page chiara, sobria ed elegante. Contrapposte alla chiarezza scientifica del lavoro di Allioni,&nbsp;<strong>due tra le ultime opere di Vincenzo Agnetti della serie delle&nbsp;<em>Photo-Graffie<\/em>&nbsp;realizzate dal 1979 al 1981<\/strong>. Il potenziale espressivo della fotografia viene letto attraverso l\u2019alterazione del suo processo: con l\u2019esposizione alla luce della pellicola e il conseguente azzeramento dell\u2019immagine originaria, il disegno o il graffio si trasformano in segni che cercano di recuperare l\u2019elemento figurativo nascosto sotto la superficie.&nbsp;<strong>L\u2019opera di Robin Rhode,&nbsp;<em>Harvest (Raccolto)<\/em>&nbsp;chiude il percorso espositivo nella Cappella del Castello<\/strong>: le immagini in bianco e nero che ritraggono l\u2019azione del soggetto (l\u2019artista stesso) in dialogo con la pittura, sfumano l\u2019una nell\u2019altra, in una sospensione del tragico che si compie nella frammentariet\u00e0. Una teatralit\u00e0 dei gesti che sembra specchiarsi ed evocare quelli dipinti negli affreschi della Cappella, in cui gli episodi della vita di San Giovanni alternano, come nell\u2019opera di Rhode, violenza e dolcezza, dolore e cura.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L\u2019INSTALLAZIONE SONORA<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Al quiz&nbsp;<em>Lascia o Raddoppia?<\/em>, il 26 febbraio 1959, John Cage si presenta come esperto di funghi; nel settembre dello stesso anno tiene il corso&nbsp;<em>Mushroom Identification<\/em>&nbsp;alla New School for Social Research di New York; nel 1962 \u00e8 tra i fondatori della New York Mycological Society. Nel 1972, insieme a Lois Long, scrittrice e designer, e al micologo Alexander Hanchett Smith, pubblica&nbsp;<em>The Mushroom Book<\/em>, un libro d\u2019artista in 75 esemplari con 20 litografie non numerate in carta giapponese traslucida, in cui rielabora la tecnica del collage, distribuendo sulla pagina parole e immagini che ricalcano la struttura delle spore. Questa premessa sembra chiarire&nbsp;<strong>la relazione tra la musica di Cage e i funghi<\/strong>: \u201cSono giunto alla conclusione che si pu\u00f2 imparare molto sulla musica dedicandosi ai funghi (\u2026): pi\u00f9 li si conosce e meno ci si sente sicuri sulla loro identit\u00e0, danno scacco matto ai nostri tentativi di classificazione e di indagine\u201d.<em>&nbsp;<\/em>Se la composizione musicale \u00e8 un processo e non un oggetto, allora l\u2019artista, secondo Cage, ha il compito di lasciare che i suoni (anche quelli che riempiono il silenzio) semplicemente siano senza scopo, sparsi, casuali, indeterminati. La musica non \u00e8 trasformazione del mondo, \u00e8 restituzione della complessit\u00e0 del suo suono.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L'installazione sonora, a cura del progetto&nbsp;<\/strong><strong>Avant-derni<\/strong><strong>\u00e8re pens<\/strong><strong>\u00e9<\/strong><strong>e, \u00e8 una rilettura del brano&nbsp;<em>In a Landscape<\/em>, che John Cage compone nel 1948<\/strong>, in cui una lenta sequenza di note omoritmiche al pianoforte, separate tra loro dallo stesso intervallo, tracciano un paesaggio sonoro che \u00e8 un omaggio alla musique d\u2019ameublement (musica d\u2019arredo) di Erik Satie.&nbsp;<strong>Nell'installazione, due pianoforti eseguono la partitura simultaneamente e, nella libert\u00e0 dell'andamento che il brano prevede, sottolineano l'impossibile coincidenza tra le interpretazioni.<\/strong>&nbsp;Il sistema di diffusione del suono progettato per le sale espositive costruisce lo spazio, ne muta i confini percettivi e sottolinea lo iato che intercorre tra il pensiero dell'esecuzione e il suo farsi suono, come se la ricerca dell'idea musicale che si compie nell'azione del suonare dovesse essere trovata \"nello stesso modo in cui si trovano i funghi selvatici nella foresta, semplicemente guardando\". O ascoltando.<\/p>\n\n\n\n<p>Parallelamente alla mostra si articoler\u00e0&nbsp;<strong>il progetto&nbsp;<em>Da un metro in gi\u00f9<\/em><\/strong>: un percorso didattico per i visitatori di tutte le et\u00e0 per imparare, con gli strumenti del gioco, a osservare le opere d\u2019arte e la realt\u00e0 che ci circonda. In programma anche&nbsp;<strong>una serie di incontri di approfondimento sulle tematiche e sulle opere esposte in mostra&nbsp;<em>Mezz\u2019ora con\u2026<\/em><\/strong>&nbsp;curati da Enrica Melossi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il termine \u201cerbario\u201d porta con s\u00e9 alcuni concetti come collezione, classificazione, catalogazione, studio, memoria: questa dimensione metodologica e formale non ha soltanto caratterizzato la produzione di&nbsp;erbari storici&nbsp;che coniugavano la conoscenza del reale a una innegabile qualit\u00e0 estetica, ma ha anche suggerito ad&nbsp;artisti moderni e contemporanei&nbsp;differenti possibilit\u00e0 di esplorazione di linguaggi e di relazione con la [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":19514,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_acf_changed":false,"_monsterinsights_skip_tracking":false,"_monsterinsights_sitenote_active":false,"_monsterinsights_sitenote_note":"","_monsterinsights_sitenote_category":0,"footnotes":""},"categories":[55],"tags":[],"class_list":["post-19513","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-4passi"],"acf":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/shopinthecity.it\/torino\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/19513","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/shopinthecity.it\/torino\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/shopinthecity.it\/torino\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/shopinthecity.it\/torino\/wp-json\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/shopinthecity.it\/torino\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=19513"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/shopinthecity.it\/torino\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/19513\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/shopinthecity.it\/torino\/wp-json\/wp\/v2\/media\/19514"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/shopinthecity.it\/torino\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=19513"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/shopinthecity.it\/torino\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=19513"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/shopinthecity.it\/torino\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=19513"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}