Ambra Angiolini

Io e Torino, così casual

Ambra condivide appieno la definizione di Diva-non Diva dedicata alla città.

La prima copertina dedicata ad Ambra da Shop in the City era di novembre 2007. Era il momento di “Saturno Contro”, del clamoroso esordio al cinema ricco di riconoscimenti. Da allora sono trascorsi quasi otto anni e complessivamente quattordici film, l’ultimo dei quali, “La scelta” di Michele Placido, è stata la sorpresa positiva delle sale cinematografiche italiane della primavera. Una storia difficile, di violenza e dolore, elaborazione personale e affetti di famiglia, che l’interpretazione di Ambra ha reso ancora più intensa e “preziosa”.

Ambra, in otto anni quattordici film: un bilancio?

«È stato un periodo pieno, pienissimo. Ho voluto partecipare a tante esperienze diverse tra di loro, perché sentivo il bisogno di "fare". Era necessario. Saturno Contro non poteva rimanere un caso isolato pieno di premi e soddisfazioni, poi più nulla. E siccome non avevo l’esperienza del set, quella che ti cambia la visione del lavoro, ho scelto di “fare” tanto, anche film corali, di buttarmi in ruoli diversi. Se non provi, è molto difficile pensare di avere il mestiere in mano, manco adesso penso di avercelo, ma l’esperienza è superiore a quella del 2007 quando è successo tutto e mi ha stravolto la vita, un’altra volta, com’era già successo nel 1991 (l’inizio di “Non è la Rai” ndr). Quando fai esordi col botto, paghi sempre un po’ il prezzo del rumore suscitato: in quelle circostanze preferisco stare zitta, leggere, ascoltare, prendere nota dei giudizi e continuare a lavorare».

Come metabolizza questa fase?

«Più che con la critica, non riesco mai a fare pace con la cattiveria».

Ne sente così tanta nei suoi confronti?

«Non lo so se la sento perché la cerco, tutti noi abbiamo un lato masochista. In generale, da quando sono esplosi i social, ci trovo un mare di gente rabbiosa. Esiste una decenza e un rispetto del prossimo che dovrebbero rappresentare la base. Puoi dire che una cosa non ti ha convinto, ma se lo fai con violenza verbale, solo perché sei nascosto dietro un computer, sei una persona molto scorretta con te stessa e con chi te la prendi. Non è che le persone solo perché fanno un mestiere pubblico, giudicabile da molti, possono essere “sporcate”. Davanti a un fantasma che parla non so che dire, poi però i giornalisti riprendono la frase del “fantasma”, i virgolettati da internet, dai social e persone che non lo meritano si sentono dei giganti. I mestieri bisogna anche provare a farli per poterli giudicare, c’è gente che passa metà del proprio tempo a cercare altra gente per odiarla».

Ci sono i suoi fan a farle sentire molto affetto.

«Si, anche sulla mia pagina Facebook: provo a rispondere sempre, i commenti li leggo volentieri, quelli interessanti mi fanno riflettere. È vita pure quella: non amo chi arriva a piedi uniti solamente per rompere. Li elimino, in questi casi la democrazia non è l’esercizio più efficace».

I suoi figli cominciano ad affacciarsi a quel mondo social?

«Abbiamo una sorta di telefonino comune. La più grande ha la possibilità di accedere, si iscrive a dei gruppi su whatsapp con le amichette di quinta elementare, per sentirsi grande: ha uno spirito critico meraviglioso. Mi dice: “Ma io non capisco, qui fanno 18 chat poi siamo sempre le solite tre"».

Nessun divieto particolare?

«Non critico l’uso di oggetti tecnologici, mi sembrerebbe di stroncare qualcuno che deve compiere ancora le sue scoperte: ho un approccio positivo, propongo delle alternative come una gita, una camminata, cose da fare insieme a loro».

Le piacerebbe prestare la voce a qualche film di animazione?

«Tantissimo, avrei volentieri partecipato a uno dei titoli diventati cult per mia figlia che altre colleghe, bravissime davvero tra l’altro, hanno reso mitici. In quel caso diventi un eroe a casa. Ho riscosso un piccolo successo già con il film francese “La volpe e la bambina” in cui ero la voce narrante della protagonista diventata adulta: “È la mamma che racconta una storia!”, urlavano. C’è anche una puntata dei Simpson di qualche anno fa che loro si riguardano e ridono tantissimo, in cui ero una cantante country esilarante. Sì, sarebbe una bellissima cosa dovesse capitare».

Il suo entusiasmo per Torino non è certo di facciata.

«Sposo la definizione che le è stata data durante un festival: una diva non diva, città elegante che ogni volta mi fa venire voglia di camminare, stare in mezzo alla gente, anche lavorarci. Quando sono capitati film da girare sono sempre venuta con grande entusiasmo e in cambio ho ricevuto una grande risposta, forse perché Torino è un po’ casual come me: non sa mettersi il vestito della festa, però ha un appeal indipendente dall’abito che indossa. Pienissima di cose deliziose, ci sono il basso e l’alto mescolati con grazia, è molto simile a quello che mi piace».

Parte della sua famiglia è qui.

«Mia cugina ha fatto la scelta di restare dopo che mio zio si era trasferito tanti anni fa, perché era un generale dell’Arma alla caserma Cernaia. Lui è venuto a vedermi a teatro e mi ha detto: “Adesso ti farò finire nella rivista dei carabinieri”, è un grande. Si è sposato a Torino, ha voluto sceglierla e ho capito perché: ormai è un posto che ci appartiene come famiglia».

Torino e lo shopping, si sente ispirata anche per…

«Io compro tutto qua! I miei amici lo sanno: faccio delle session di shopping pazzesche come in nessun’altra città. Vado però nelle boutique, quelle che hanno pezzi originali e che non trovi ovunque, nei luoghi più cult di Torino frequentati da chi vive in questa città. Mi faccio contaminare dallo stile che scopro ogni volta».

Debolezze in particolare?

«L’abbigliamento, mi piacciono i vestiti cuciti come pezzi unici. Quando vado via mi chiedo se non ho esagerato, ma dura poco. Tutti mi domandano dove
ho preso questo o quel capo e io rispondo che se le vogliono devono andare a Torino, che non è come dire "devi andare a Londra", troppo scontato. Faccio un po’ di promozione turistica. Compro anche oggetti inutili: è una città che mi ispira anche quella cosa là».

Mi racconta del cortometraggio “Come un morto ad Acapulco”?

«Il regista è Alessio Pizzicannella, che non ha bisogno di presentazioni: ha immortalato la storia del rock mondiale. Appassionato come me, non aveva proprio pensato di fare il fotografo agli inizi e poi gli è capitato e si è messo a studiare come un pazzo, fino a diventare il punto di riferimento in Italia per la musica: l’attimo che ruba è sempre sorprendente. Con lo stesso atteggiamento
ha deciso di affrontare la regia. Essendo molto amici gli ho detto: “Ale, io ti seguo, vediamo come va”. È stato fatto tutto a costo zero, abbiamo giocato nel senso più serio del termine. Alla fine è venuto fuori qualcosa che non so se ci piace completamente, se è perfetta. Non m’aspetto da noi due che venga fuori subito un capolavoro, ma l’inizio di una grande cosa sì».

La trama è curiosa.

«La protagonista è una scrittrice di soap opera che si è stufata dei cliché, tutta quella roba da sanatorio che accetti nelle trame delle telenovelas. Decide di mollare tutto per andare in un luogo isolato pensando di scappare dai luoghi comuni e in realtà vivendone un altro altrettanto classico e forse peggiore: la scrittrice che si isola in montagna. Ma quell’immaginario delle soap non la molla: personaggi e banalità le vanno ad ammalare il quotidiano anche nella baita e lei precipita in una crisi totale. È una follia che mi piace, un buon inizio per altri progetti insieme».

Quali?

«Alessio ha continuato a scrivere soggetti e ha deciso di portarmi con lui in questo percorso. Io lo coccolo e credo che a breve riusciremo a girare il suo primo lungometraggio che si è scritto da solo, pensandomi. È una bella storia, molto femminile. Con lui stanno succedendo dei piccoli miracoli. È una persona di una semplicità che ti disarma, tanta umiltà nel cominciare nuove avventure e una forza d’animo nel lanciarsi che è vita allo stato puro. Io generalmente mi sego le gambe da sola, mentre con gli altri sono indulgente. Lui ha un coraggio che io non ho. Tirerò fuori un altro pezzetto di me».

di Davide Fantino